La fanciulla del fiume Sorek

Era un caldo pomeriggio di luglio. Di lì a poco sarebbe stato bollente.

Dopo anni trascorsi col cuore in coma e la mente in esilio, riuscivo a godermi l’estate. Per la prima volta avevo qualcuno con cui condividere la mia giovinezza e il mio animo era colmo di gioia. Talmente tanta era, che il cuore non riusciva a esprimerla, come un macchinario arrugginito incapace di elaborare tutto ciò che provavo.

In me si battevano ansia ed emozione, gioia e preoccupazione, la paura e l’eccitazione. Chi avrei incontrato? Avrei fatto bella figura? Sarei riuscito a divertirmi e a spegnere il cervello per qualche ora? Mi sentivo come al cospetto di un esame, invece ero di fronte a una semplice giornata di libertà.

Ero ancora immerso nelle mie ansie, quando la macchina del mio amico si fermò all’ombra di una schiera di alberi bassi e dal selciato bianco arrivasti tu, fanciulla del fiume Sorek. Correndo e barcollando, sorridendo con imbarazzo, portando in fretta e furia uno zaino sulle spalle.

Tutta la tua meravigliosa semplicità era già evidente in quei pochi gesti confusi e istintivi. E nemmeno avevi parlato, anzi nemmeno ti avevo guardata negli occhi che celavi dietro un paio di lenti scure. Poi la tua risata irruppe in macchina, seguita da un imbarazzato e divertito saluto.

Ti osservavo con la coda dell’occhio mentre ti sistemavi sul sedile, incapace, come sono, di incrociare lo sguardo di chiunque… e ancor più di quegli sguardi che più di tutti desidero incrociare.

D’oro e rame avevi i capelli, l’ambra riempiva quei tuoi occhi intensi, la tua pelle argento di luna. Tutto questo e altro ancora avevo osservato in quell’attimo in cui t’avevo guardato. A me sembra passato un millennio, mentre a stento è volato un momento.

Già altre volte m’aveva posseduto il desiderio, ma mai così prima. Ne rimasi assai sorpreso e mi chiesi come al mondo potesse esistere tanta bellezza rara e semplice al contempo. Una tal combinazione – io pensavo – dovrebbe esser relegata a un mondo divino ed eterno. Mi chiedevo se fossi reale, davvero lì vicina a me.

Quel pomeriggio avevamo l’acqua fino al mento, riposando sotto un grande cielo terso che era di un denso azzurro immenso. Tu scherzavi e ridevi col mio amico e, mentre pensavo a quanto fosse bello il tuo sorriso, l’avevo carpito con lo sguardo un fugace scatto del tuo viso.

Il crepuscolo arrivò in un istante. Nella testa avevi un cappuccio pesante, piedi nudi immergesti nell’acqua, che era calma e sempre più calda. Una fiamma si stava spegnendo. È lontana e svanisce col tempo. È una fioca candela nel vento, che si infrange dentro l’universo.

Io ti penso ancora adesso, anche se nulla tra noi è successo. Sarai sempre per me un grande dubbio che rimette il mio il cuore in subbuglio.

Giuseppe Libro Muscarà