Smettete di cercare l’origine dell’8 marzo nel fumo di un incendio doloso in una fabbrica di New York. La genesi di questa data appartiene alla sovversione.
L’8 marzo affonda le sue radici nel gelo di San Pietroburgo del 1917, quando le donne scelsero la diserzione di massa. Mentre il mondo si dissanguava in un conflitto bellico alimentato dall’ambizione maschile, migliaia di operaie scossero le fondamenta di un impero millenario esigendo “Pane e Pace”.
Per secoli, la storiografia ufficiale ha condannato le donne all’oblio, relegandole a un’esistenza ancillare o a una “incapacità giuridica” che le equiparava ai minori e agli infermi di mente. Ogni frammento di libertà oggi esibito come un trofeo di civiltà non è stato un lascito della benevolenza legislativa: è stato strappato palmo a palmo da chi ha sfidato l’ostracismo, il carcere e lo stigma per scardinare quel perimetro domestico che per millenni è stato una prigione.
La gestione del presente
Svestita la storia dei suoi veli, resta un presente che puzza di stantio.
Questa eredità di subordinazione si riflette oggi nella forma più violenta di controllo moderno: la svalutazione economica. Sotto-pagare il lavoro femminile o confinarlo nelle zone d’ombra del precariato è il modo in cui il sistema perpetua l’incapacità giuridica del passato attraverso lo strangolamento finanziario del presente.
Non esiste libertà senza autonomia economica. Finché il lavoro delle donne verrà considerato “accessorio” o degno di compensi simbolici, l’8 marzo rimarrà la festa di chi detiene i cordoni della borsa.
Il corpo femminile rimane la proprietà pubblica più sorvegliata di sempre. È sottoposto a una perizia costante, un’analisi che non ammette errori: troppo giovani per essere autorevoli, troppo vecchie per essere desiderabili, troppo svestite per essere rispettate, troppo coperte per essere libere.
La scelta di non diventare madri viene etichettata come un guasto, mentre la maternità diventa un costo aziendale da ammortizzare.
La pelle femminile è il tappeto rosso dei dibattiti legislativi, la moneta di scambio dei sondaggi elettorali. Esiste un’ossessione per il controllo degli uteri che svanisce improvvisamente davanti ai corpi che cadono sotto i colpi di chi non accetta un rifiuto.
Si invoca la denuncia, ma si processa il comportamento delle vittime, scavando nel loro passato per giustificare un presente brutale. Non si cerca giustizia, ma una crepa nella condotta delle donne per autorizzare l’immobilità sociale.
L’educazione alla compiacenza ha cercato di imporre l’idea che la “grazia” sia un silenzio decorato, che la mitezza sia l’abito migliore. Ma questa mitezza non è altro che la cella in cui si tenta di confinare una forza d’urto necessaria.
Decostruzione del raptus
La sicurezza delle donne è ancora trattata come una variabile dipendente dal loro comportamento. Si educa alla prudenza invece di educare al rispetto. Si chiede alle donne di mappare percorsi sicuri e di sorvegliare il proprio bicchiere, promuovendo un concetto di difesa permanente.
Finché si ha paura di camminare nel mondo, non si sarà mai davvero libere di occuparlo.
La violenza non è un’anomalia del sistema. Ogni femminicidio non è un “raptus”, né l’esito di una “relazione malata”. L’amore, per quanto distorto, non contempla la cancellazione dell’altro. Il femminicidio è, al contrario, l’atto finale di una gerarchia di potere, la punta invisibile di una piramide di violenza che affonda le sue radici nel quotidiano.
Quando una donna viene uccisa in quanto tale, non assistiamo a un crimine passionale. È la punizione per aver esercitato la propria autodeterminazione, per aver infranto il perimetro dell’obbedienza o per aver osato declinare un futuro non scelto. Non si muore per amore. Si muore perché il possesso è stato scambiato per sentimento.
Cosa resta?
Per l’8 marzo, pertanto, la retorica è superflua. L’unico atto di onestà possibile è un passo di lato: la restituzione dello spazio sottratto, di un salario più equo e della libertà di essere imperfette, stanche e feroci.
Giusy Lanzafame.