Un’altra pagina bianca. Ma non per molto. È qui, dove tutto ricomincia. Le parole ci sono, sono lì che fanno capolino, pur di poter macchiare coi loro simboli il candido del foglio. Non sono neanche un impresario tanto esigente: me ne bastano giusto tre, massimo quattro, di lunghezza variabile, registro qualsiasi e neanche di suono cosi melodioso, farle reagire un po’ tra loro, e vedere di chissà che colore sarà il loro fuoco artificiale.
Ma gli autorevoli padri della chimica delle parole non hanno, ahimè, lasciato istruzioni altrettanto autorevoli su come tenere in riga ingredienti tanto capricciosi. Nell’attesa di venire scrutinate esse, infatti, non aspettano il proprio turno stando diligentemente serrate in fila una dietro l’altra, o mano nella mano, sfalsate come il pattern delle mattonelle, o come mici in fila per sei, con resto di due (campioni, però, di altrettanta felina diligenza). No signore! Esse si accalcano, si scalciano, si spingono, si arrovellano, e quand’anche ne chiami all’appello una sola sono talmente ingarbugliate tra loro che nessuna, pur desiderosa di farlo, è in grado di aprire le danze!
Ogni parola, pur di non poter vederne un’altra sotto i riflettori che non sia sé stessa, è disposta a introflettersi, a snaturarsi, a contorcersi intorno all’altra, in modo tale che alla fine nessuna delle due, o delle due milioni, riesca ad avere neppure una parte di secondo ordine. La chimica delle parole è una disciplina tanto semplice quanto suggestiva: bisogna solamente far danzare dell’inchiostro nero e catturarne su fondo bianco le movenze aeree e curvilinee degli arti attimo per attimo, come in un quadro futurista, leggiadre o passionali che siano; eppure, lo ammetto, si era rivelato, proprio in quel momento, un compito assai più arduo del previsto. Pur essendo un ballerino eccellente, senza una coreografia il povero inchiostro schizza via tutto spaventato, e lascia dietro di sé solo un mucchio di macchie!
Come poter dunque sciogliere, in tutta quella matassa convulsa di vocali e di consonanti, un filo leggero di senso compiuto, e dare così uno scopo al palco, al sipario, alle scene, ai costumi, persino al regista stesso? Una soluzione in effetti però c’era… una sola, tremenda idea mi balenò tutt’a un tratto in quel momento nelle più remote e buie stanze del mio subconscio, e non ci volle molto che si insinuasse incontrastata tra i gangli e le sinapsi, riverberando tra le suture il proprio verbo imperativa: licenziare in toto quella marmaglia di parole indisciplinate e creare direttamente da me parole nuove, sconosciute, ma almeno ubbidienti!
Il prezzo sarebbe stato, naturalmente, di dover cavar fuori da me i miei ingredienti e, di conseguenza, essere il solo artefice e il solo fruitore di un linguaggio mai udito prima. Ma il gioco, per quanto drastico, valeva eccome la candela! La chimica, con le sue regole pedisseque e sterili, mi aveva stancato. Era ora di giocare al mio gioco, scriteriato ed esoterico, a regole non più chimiche, ma alchemiche, non parassitando la parola, e renderla passiva, di ghiaccio, ma convivendoci in simbiosi, avendo il coraggio di cavare fuori da entrambi la propria natura iridescente, la propria magia, per dissolvere e trasmutare insieme sé stessi e il mondo circostante!
Così, dunque, cominciai a tempestare la pagina con segni totalmente a caso (in fondo, dal Caos stesso nacquero la Terra e il Cielo!) e a sforzarmi di intravedere in quella babele di grafemi, di numeri, di accenti, di apostrofi, persino di ideogrammi, tutti rigorosamente inventati, il bollire di qualche nebulosa, anche piccola piccola, un qualche cosa di bello, che forse valeva la pena tenere in vita, ammassarne i vari grumi sparsi, e farne nascere tante e nuove stelle. E tutto cominciava a un tratto ad avere un peso, solo per una mela sulla testa. E l’inchiostro non era mai stato così felice di danzare, così, finalmente, tutto a un tratto, a tutto tondo…
Giulio Mannino