La gatta

La gatta era solita sedere su un muretto vicino al mare e lo osservava mentre s’infrangeva poco distante dalle sue zampe. I suoi occhi scrutavano spesso le persone che abitavano quel luogo pieno di vita.

Con il suo passo felpato si accostava vicino ai muretti, attratta dall’odore di pesce fresco che subito riconosceva. Osservava i pescatori sistemare le barche usurate per la salsedine. A volte, mentre intrecciavano le reti, riusciva a rubare ottimi manicaretti… anche se, in realtà, li lasciavano nel secchio appositamente per lei.

Era veramente gioiosa quando un ragazzino – anche se in ritardo per andare a scuola – si fermava ad accarezzarla. Lei ricambiava il suo affetto con fusa e zampate leggere. Poi, a pancia in su, chiedeva miagolando ulteriori coccole.

Ogni tanto le capitava di essere sorpresa dal rumore del treno che percorreva le rotaie. Ah, fin dove si era spinto l’ingegno umano! Era veramente affascinata da quel lungo mezzo che trasportava innumerevoli passeggeri da una parte all’altra.

Vagando tra le stradine, poi, scappava via quando si accorgeva di panni appena stesi sopra la sua testa. Odiava l’acqua e quelle goccioline che incessantemente picchiettavano sulle sue orecchie!

In estate, invece, quel paradiso silente si trasformava in un caotico villaggio notturno. La musica delle discoteche ad alto volume tormentava il sonno dei poveri cittadini – e il suo, innocua gattina – che desideravano solo un riposo tranquillo. In realtà quel baccano rendeva più vivace la calda stagione del paese, crocevia di pullman e festaioli sorridenti.

Un giorno, però, le onde sembravano essere più violente e, con ferocia, si scagliavano oltre il bagnasciuga. C’era un’aria davvero strana. Turbata da questa situazione, si ritirò nella sua casa. Si raggomitolò lentamente sul suo balconcino per riposare dopo una lunga e burrascosa giornata.

Al suo risveglio la attendeva una catastrofe. Tutto era distrutto, divorato dal mare che, sempre più aggressivamente, aveva rovinato quel magnifico paese. La gatta era davvero triste e, girovagando, si rese conto che la quotidianità che da sempre l’aveva coinvolta era solo un ricordo. Il soffio del vento era ancora forte e i suoi piccoli occhietti felini riuscivano a malapena a stare socchiusi. Si avvicinò alla piazza centrale. Sulle macerie la statua della Nike era ancora in piedi. Sormontava i detriti di ciò che, fino al giorno prima, era un luogo di tranquillità. Quella figura imponente era simbolo di speranza e di rinascita. La gatta si sedette ai suoi piedi. La paura, adesso, doveva tramutarsi in coraggio: il coraggio di ricostruire la propria casa.

 

Alda Sgroi