Hamlet prima di Hamnet
“La Tragedia di Amleto, Principe di Danimarca” è, dagli albori del cinema, una delle opere di Shakespeare più adattate e rivisitate. Il cortometraggio muto Le Duel d’Hamlet — proiettato durante l’Esposizione Universale di Parigi del 1900 e riconosciuto come tentativo pionieristico di combinare suono registrato e pellicola — pare essere stato il primo di innumerevoli adattamenti cinematografici del dramma shakespeariano, seguito dai successi di Kenneth Branagh, Laurence Olivier e Franco Zeffirelli.

La regista Chloé Zhao, torna, a cinque anni dal trionfo agli Oscar con Nomadland, a far parlare di sé con Hamnet – in memoria del figlio.
Distribuito nelle sale italiane dal 5 febbraio 2026, il film — già candidato a otto premi Oscar e vincitore di due Golden Globe — è tratto dall’omonimo romanzo best-seller di Maggie O’Farrell, co-sceneggiatrice (a fianco della Zhao) dell’adattamento.
Hamnet: la sinossi tra lacune e invenzioni
Ambientato nell’Inghilterra proto-borghese del XVI secolo — tra le distese rurali di Stratford-upon-Avon e una Londra spettrale — Hamnet riscrive la genesi dell’Amleto attraverso l’intima esplorazione dell’incontro tra due esistenze: quella di William Shakespeare (Paul Mescal) e di Agnes Hathaway (Jessie Buckley).
Dalla fatua unione nei boschi alla straziante e improvvisa perdita del figlio Hamnet, la pellicola, pervasa da una natura esoterica e onnipresente — madre e matrigna — racconta un’unione storica deliberatamente romanzata, costruita con intuito e bugie plausibili.
Ma esiste davvero una correlazione diretta tra la morte di Hamnet e la scrittura di Hamlet? È possibile. La fonte (ed ispirazione) principale pare essere un’antica leggenda vichinga, nonché la storia di un principe danese di nome Amleth.
Non è tuttavia inverosimile immaginare che un evento tanto traumatico abbia influenzato, in qualche forma, la produzione poetica del drammaturgo.
Non il Bardo, ma solo Will
Durante la campagna promozionale del film, Chloè Zhao ha sottolineato come la sua limitata conoscenza della letteratura inglese le abbia consentito di svincolarsi del mito di Shakespeare e pensare a lui come ad un qualunque altro essere umano, fragile e contraddittorio.
Paul Mescal non interpreta il Bardo, ma Will. Un maestro di latino, un figlio “buono a nulla”, un padre e marito egoista, un uomo che vive di parole.

I più critici potrebbero liquidare il progetto ad una mera strumentalizzazione della storia, una fanfiction concepita per parlare di lutto, amore e arte. Hamnet, tuttavia, non è la biografia di William Shakespeare né una rilettura dell’Amleto: è un racconto familiare; un commovente viaggio alla (ri)scoperta della bellezza.
È la storia di Agnes Hathaway – rivendicata come presenza viva, terra selvaggia e potente – e del dolore lacerante che accompagna la sopravvivenza alla perdita di un figlio. Una sorta di rivalsa narrativa al femminile che, a differenza della rivisitazione cinematografica della tragedia di Ofelia del 2018, non ne altera il destino.
Si tratta di una riscrittura che dialoga con l’opera e con i secoli, non per correggere o sostituire il mito, ma per affiancare ciò che, forse, è sempre stato presente tra le righe.
Garantisco di non aver mai visto camminare una dea:
la mia amante, quando cammina, tocca il terreno.
– William Shakespeare, Sonetto 130
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Cielo e terra: la polarità di Will e Agnes
Il simbolismo dei colori all’interno del film è fondamentale, in quanto rappresentazione della polarità tra cielo e terra, tra blu e rosso, tra il poeta e Agnes. Lui è pensiero, intelletto, terzo occhio; lei è presenza e corpo, cuore che batte. Due tensioni quasi agli antipodi che, scontrandosi, si fondono in un groviglio di amore, sesso, cura e fragilità.
«Raccontatemi una storia. Una che vi commuove», chiede Agnes all’impacciato e taciturno maestro di latino. È con questa richiesta che, nel bosco, prende vita l’amore tra i due protagonisti, segnato dal nefasto racconto di Orfeo ed Euridice, che li accompagnerà fino al loro epilogo.
Orfeo ed Euridice: oltre il mito
Agnes manifesta presto la volontà di sfidare e stravolgere il mito. Durante il matrimonio, infatti, mentre attraversa la navata della chiesa, in un sussurro, intima al futuro sposo di voltarsi a guardarla. E lui lo fa: lui la vede.
Agnes, mostrando acuta sensibilità e intelligenza, spinge il marito a partire per Londra, consapevole che non sarebbe stata la distanza a dividerli, ma trattenerlo in un luogo che stava lentamente consumando il suo spirito.
In sala tornano alla mente questi celebri versi di Shakespeare:
Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro si allontana […]
Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai
Agnes era quel faro. Ma, alle volte, anche l’amore vacilla e la distanza si trasforma in assenza e colpa, nel rimprovero sofferente di una moglie consapevole che «lui non è qui».

Lo scambio come inganno mortale
Quando la peste raggiunge Judith il suo gemello Hamnet scambia la propria vita con quella della sorella, ingannando così la Morte.

La scena rende riconoscibile quello straziante desiderio di sottrarre il dolore alla persona amata, anche a costo di farsene carico, fingendosi coraggiosi per incanalare un male che, talvolta, fa più paura osservare dall’esterno che provare sulla propria pelle.
Ma, nel caso della madre Agnes, l’amore è anche egoista e non sa come sopravvivere alla perdita.
Jessie Buckley dona una performance cruda e primordiale, l’urlo mortale di una madre tradita dalla sua Madre Natura. Viene da chiedersi se una tale forza viscerale non possa bastare a mantenere in vita un figlio.

Hamlet: un elogio funebre per Hamnet
Nel finale, la messa in scena di Hamlet. In un Globe Theatre gremito – dove il confine tra finzione e realtà sembra dissolversi – Will, nei panni dello spettro del re di Danimarca, dice addio al figlio e offre ad Agnes un modo alternativo per sfiorarlo ancora una volta.
Hamlet ha reso Hamnet immortale nella memoria collettiva: è così che l’arte permette all’amore di sopravvivere alla perdita.
Finché chi amiamo vive in noi, nei nostri racconti e nei nostri ricordi, non se ne va davvero.
Finchè ci sarà un respiro od occhi per vedere
questi versi avranno luce e ti daranno vita.
– William Shakespeare, Sonetto 18
Non esiste incantesimo capace di restituirci ciò che abbiamo perso, ma la bellezza racchiusa nel potere catartico della creazione artistica è magia pura.

Chloe Zhao accusata di strumentalizzazione del dolore?
Online sono numerosi gli utenti che accusano Hamnet di percorrere la via della “pornografia del dolore” per manipolare lo spettatore.
La Zhao restituisce una visione cruda e autentica di cosa può significare perdere qualcuno che amiamo, evidenziando il netto contrasto tra diverse soggettività che si scontrano nel reagire ed elaborare un medesimo cordoglio. Alle volte è oblio e silenzio; altre, invece, rumore assordante.
Forse è scomodo, forse fuori luogo. Ma per chi – quelle urla – le ha sentite sin dentro le ossa, le ha ancora nelle orecchie, il dolore rappresentato dal personaggio di Agnes, è più che plausibile: è reale.
Strumentalizzato? Può darsi. Le lacrime vendono biglietti. Ma quanto conta, di fronte a un viaggio cinematografico poetico ed emotivamente onesto?
Il film non è perfetto: può risultare pretenzioso, lento nel primo tempo e, occasionalmente, superficiale e stereotipato nei dialoghi. La colonna sonora è essenziale e la scelta finale di On the Nature of Daylight di Max Ritcher appare pigra e banale.
Eppure, funziona.
Il visibile come specchio dell’esistenza
La fotografia di Łukasz Żal, punteggiata da colori terrosi e vividi, accompagna una regia che alterna primi piani intensi, campi lunghi e riprese aeree, marcando il contrasto tra l’intimità claustrofobica dei luoghi domestici e l’immensità selvaggia della natura.
Un realismo storico che privilegia silenzio e contemplazione, scanditi dal respiro della terra e da un tempo volutamente dilatato.
Nulla è lasciato al caso. Trucco, scenografia e costumi riflettono la condizione esistenziale dei protagonisti: il contrasto cromatico tra gli abiti indossati da Agnes, il farsetto progressivamente sempre più squarciato di Will, il fango, le foglie, la luce che filtra dalle finestre.
È una dimensione onirica fatta di ombre e chiaroscuri, richiami shakespeariani, nature morte e ritratti britannici del XVI e XVII secolo.
Conclusioni: Lasciate il cuore aperto
Hamnet è un film che parla di amore, fratellanza e perdita. Parla di versi, arte e teatro, dell’intreccio tra la vita e la morte e delle più intime fragilità insite nell’essere umano.
È una tragedia familiare che si trasforma in poesia universale senza tempo: condivisione che diventa cura e guarigione.
È un invito a riscoprire l’empatia e a mostrarci vulnerabili. A mettere da parte l’ego e l’orgoglio, lasciandoci vedere per ciò che siamo, affinché gli altri possano riconoscersi in noi e sentirsi meno soli. Per questo respiriamo e viviamo parole: al cinema, a teatro, tra le pagine di un libro o tra le note di una canzone.
Abbiamo un disperato bisogno di non sentirci soli. E non lo siamo.
È importante contemplare ogni paesaggio, ogni respiro, ogni chiaroscuro. Ricercare la bellezza. Da non commettere, invece, l’errore di ridurre la visione del film a un trend social con un copione già scritto (“prima” e “dopo” aver visto Hamnet).
La Zhao ci invita ad ascoltare i passi alle nostre spalle e a tenere il cuore aperto, a voltarci.
Valeria Giorgianni
Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Hamnet_-_Nel_nome_del_figlio
Enzo Orlandi, I Giganti della Letteratura Mondiale. William Shakespeare. Arnoldo Mondadori Ed.1968