Nel vasto e intricato panorama del teatro lirico italiano, ove le ombre della tradizione si intrecciano con i bagliori dell’innovazione, emerge con imperiosa maestà la Turandot di Giacomo Puccini, supremo testamento artistico del compositore lucchese, sospeso tra l’ebbrezza del compimento e l’abisso dell’incompiutezza.
La storia
Concepita, infatti, su un libretto forgiato dalle menti illuminate di Giuseppe Adami e Renato Simoni, la storia è radicata nelle antiche radici di una fiaba persiana filtrata attraverso il prisma teatrale di Carlo Gozzi, la cui omonima commedia del 1762 infuse nuova linfa al mito della principessa sanguinaria. Quest’opera si erge quale apoteosi del melodramma novecentesco, un affresco sonoro ove l’esotismo orientale si fonde con la profondità psichica del dramma umano.
Ispirata, inoltre, liberamente alla traduzione maffeiana dell’adattamento schilleriano, Turandot disvela un mondo fiabesco intriso di crudeltà e redenzione, dove l’amore, quale forza alchemica, trasmuta il gelo della vendetta in ardore passionale. Puccini, afflitto da un morbo inesorabile, lasciò l’opera interrotta al culmine del terzo atto, proprio dopo il sacrificio di Liù, quel vertice emotivo che egli stesso riteneva sufficiente a evocare, nell’animo dello spettatore, l’inevitabile catarsi amorosa della protagonista.
Il finale incompiuto
Fu Franco Alfano, sotto l’egida severa di Arturo Toscanini, a completare il mosaico, sebbene il dibattito tra gli studiosi perduri sull’essenza stessa dell’incompiutezza. Infatti, non è mera contingenza fisica, bensì forse un’intima impasse creativa, un’incapacità di musicare il trionfo dell’eros su Thanatos, quel passaggio dalla rigidità algida di Turandot alla sua effusione sentimentale.
Tuttavia, nella sua forma ibrida, l’opera irradia un fascino eterno, impreziosito da motivi autenticamente cinesi, come l’incantevole Mo Li Hua, che conferiscono alla partitura una patina di mistero orientale, alternando cori monumentali, arie di struggente lirismo e orchestrazioni di rara opulenza timbrica.
La prima
La prima assoluta, avvenuta alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la bacchetta di Toscanini – che interruppe l’esecuzione con parole commoventi: «Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il Maestro è morto» , segnò l’ingresso di Turandot nel pantheon lirico, dove arie quali Signore, ascolta!, Tu che di gel sei cinta e l’immortale Nessun dorma continuano a echeggiare come inni all’umana resilienza. Nel centenario di quella première, l’opera si rivela non solo quale reliquia del passato, ma come specchio vivente delle contraddizioni contemporanee: la principessa, emblema di un potere femminile refrattario all’amore, incarna le lotte dell’anima moderna, divisa tra autonomia e anelito fusionale.
La Turandot a Messina
In questo contesto di perenne rinascita, la produzione messinese di Turandot, andata in scena nella magnifica Sala Grande del Teatro Vittorio Emanuele, nei giorni 13 e 15 febbraio 2026, si configura quale evento epocale. Si tratta di una sinfonia di arte totale che ha incantato il pubblico siculo con la sua profondità ermeneutica e la sua spettacolarità visiva. Sotto l’egida del Teatro Vittorio Emanuele, E.A.R. Teatro di Messina, Centro di Produzione Teatrale, questa messa in scena ha intrecciato tradizione e avanguardia in un dialogo fecondo che ha reso omaggio al genio pucciniano nel suo centenario.
La regia
La regia di Carlo Antonio De Lucia, improntata a un equilibrio sapienziale e a una visione simbolica di rara acutezza, evitando le trappole dell’iperbole orientalista. Il regista, optando per una lettura fedele al testo, proietta il mito gozziano nel presente eterno dell’umanità. De Lucia ha scandagliato le profondità psicologiche dei personaggi, trasformando la fiaba in un’allegoria della metamorfosi interiore: Turandot non è mera tiranna, ma emblema di una solitudine glaciale che si dissolve nel calore dell’amore autentico, mentre Calaf incarna l’ardore del viandante che sfida il destino. Tale approccio ha conferito allo spettacolo un’aura di universalità, rendendolo un’esperienza collettiva dove lo spettatore è invitato a riflettere sul potere redentivo dell’eros.
Scenografia
Le scenografie di Daniele Piscopo, realizzate con maestria dalla “Bottega Fantastica”, hanno evocato una Pechino onirica e atemporale, un regno sospeso tra realtà e illusione. Gli elementi tradizionali si fondono con proiezioni tecnologiche in un’esperienza immersiva e ultradimensionale. I video designer Matthias Schnabel ha intessuto un tappeto visivo di suggestioni eteree. Il light designer Giuseppe Calabrò ha modellato la luce quale entità drammatica, alternando ombre cupe per le scene di terrore a bagliori aurorali per i momenti di epifania amorosa, creando un’atmosfera che avvolge lo spettatore in un abbraccio sensoriale.
Musica e cori
Sul podio, il Maestro Carlo Palleschi ha diretto l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele con una maestria che ha disvelato le stratificazioni della partitura pucciniana. I colori orchestrali, le dinamiche di crescendo emotivo e le sottigliezze timbriche sono state rese con una precisione chirurgica ma infusa di passione ardente, guidando il pubblico attraverso un viaggio sonoro di rara intensità. Il Coro lirico “F. Cilea”, sotto la direzione di Bruno Tirotta, ha espresso con vigore monumentale le masse corali, mentre il Coro di voci bianche “Biancosuono”, guidato da Agnese Carrubba, ha aggiunto un tocco di innocenza eterea, amplificando l’impatto emotivo delle scene collettive.
Il cast
Il cast, assemblato con discernimento impeccabile, ha brillato per coesione e virtuosismo vocale.
Daniela Schillaci, nel ruolo eponimo di Turandot, ha incarnato la principessa con una vocalità di ampiezza siderale, luminosa e penetrante, capace di navigare con agilità dalle asperità algide delle enigmistiche sfide alle sfumature più intime e vulnerabili del finale alfanesco. La sua interpretazione ha reso perfettamente la complessità psicologica, rendendo il personaggio un’archetipica figura di transizione, dal gelo alla fiamma.
Zi-Zhao Guo, quale Calaf il principe ignoto, ha sfoggiato un timbro tenorile eroico e risonante, affrontando con slancio impavido la tessitura impervia della parte. Il suo «Nessun dorma», ha suscitato ovazioni estatiche, elevando l’aria a momento catartico di speranza universale.
Desirée Rancatore, nei panni della giovane schiava Liù, ha offerto una performance di commovente fragilità e intensità espressiva. Il suo fraseggio morbido, intriso di pathos lirico, ha reso «Signore, ascolta!» e «Tu che di gel sei cinta» vertici di commozione, dove il sacrificio dell’umile ancella si erge a supremo atto d’amore, capace di sciogliere il cuore di pietra della principessa. Infatti, la sua interpretazione, ha toccato le corde più profonde del pubblico.
Abramo Rosalen ha prestato al re tartaro Timur una solidità vocale intrisa di patetismo regale, delineando un personaggio di nobile decadenza.
I tre ministri Ping (Luca Bruno), Pong (Raffaele Feo) e Pang (Orlando Polidoro), formano un terzetto di ironica affinità, con un’amalgama vocale e scenica che ha infuso levità al secondo atto, bilanciando la tragicità dell’insieme.
Gli altri ruoli, dall’Imperatore Altoum di Vincenzo Crucitti al Mandarino di Guido Dazzini, hanno completato il quadro con professionalità encomiabile, contribuendo all’armonia dell’ensemble.
In conclusione
Questa produzione, ha confermato il Teatro Vittorio Emanuele quale baluardo vitale della lirica italiana, capace di coniugare fedeltà al repertorio con audacia innovativa.
In un’epoca di effimere distrazioni, Turandot a Messina si erge quale monito e celebrazione: l’amore, enigma supremo, dissolve le barriere dell’io, trasmutando il dolore in estasi collettiva. Un trionfo che riecheggia l’essenza immortale di Puccini, invitandoci a contemplare il mistero insondabile del cuore umano.
Gaetano Aspa