Non Altrimenti Specificata

Se ne stava lì, sulla sedia di plastica, una di quelle che non sono mai state troppo comode ma di cui ci si accontenta. Lei si accontentava spesso. Si era accontentata tutta la vita. E ora era lì, seduta su una sedia scomoda ad aspettare. Teneva una borsa stretta tra il braccio e il busto, come se conservasse il segreto di una vita o il tesoro più grande mai esistito. Guardava fisso davanti a sé.

C’era un’aria fresca e il vento portava il profumo di una primavera che le ricordava casa e una bambina. Una bambina con le ginocchia intere e il cuore scorticato. L’infermiera le aveva promesso che avrebbe conservato la sua borsa dentro un armadietto, ma si era opposta fermamente. Aspettava che qualcuno l’aprisse, la guardasse e ritenesse entrambe pronte e degne di essere tirate fuori da lì. Ma pesava troppo e le cose pesanti non piacciono a nessuno.

Aveva cambiato quattro lavori, dieci amanti e sei paia di scarpe in meno di un anno. Da quando si era arresa all’idea che niente facesse davvero per lei, aveva iniziato a trascorrere intere giornate sul balcone della casa in centro. Se ne stava ogni giorno lì, sorretta dalla ringhiera in ferro, a guardare la gente vivere la vita in attesa della morte. Teneva una sigaretta tra le dita ormai gialle e tremolanti. Guardare la cartina diventare cenere le ricordava la velocità con cui certi momenti si consumano. Quelli belli, per intenderci, perché quelli brutti si prendono tempi tutti loro. Tempi lenti. Altre volte sperava che la ringhiera collassasse sotto il suo peso e che lei e la sigaretta potessero posarsi dolcemente sull’asfalto freddo.

Era stata questa speranza a prenderla per mano e a condurla in quel reparto. Quello da cui esci con le stesse idee che ti balenavano in testa quando sei entrato. Così aveva messo piede lì dentro per la prima volta. Era seguita una seconda e una terza. Era un bel traguardo e si era promessa che alla quarta avrebbe festeggiato. Non riusciva a capire fino in fondo cosa fosse andato storto. Sembrava che le cose stessero tutte su un piano. Ma era un piano inclinato, uno di quelli da cui tutto scivola e fugge via a una velocità sempre maggiore. E tutta quella velocità lei non poteva sostenerla. Era solita analizzare e ispezionare, smembrare e disunire, scomporre e recidere e amputare come un chirurgo tutte le cose che le venivano in mente. Quelle facili e quelle complicate. Quelle importanti e quelle marginali. Gli effetti principali e quelli collaterali. Lentamente.

Al primo ricovero il dottore che l’aveva in cura aveva scritto disturbo di personalità NAS su un foglio pieno di parole indecifrabili. Era confusa, non capiva cosa c’entrassero con lei i carabinieri. Dopo qualche giorno, una buona dose di coraggio e una dozzina di sigarette aveva chiesto chiarimenti. “NAS equivale a Non Altrimenti Specificato, Ada. Si usa quando un disturbo non rientra in determinate categorie diagnostiche”. Quell’etichetta mancata l’aveva sentita addosso come una colpa. Qual era il problema? C’era davvero un problema? Se un medico non era stato in grado di capire chi fosse, come avrebbe potuto farlo da sola? A dirla tutta, i margini non le erano mai piaciuti.

Le capitava talvolta di tendere le cose all’eccesso. E forse era questo il problema. Le linee di confine erano il problema. Linee sfumate, poco chiare. Si mescolava alle cose, alle sensazioni, alle vite degli altri. Nulla escludeva l’altro. Andava a tentoni, cadeva, si rialzava e avanzava di poco. Cadeva ancora una volta. E finiva col pensare che non ne valesse tanto la pena. Non capiva perché le cose, per valere, dovessero farla penare. E quindi aveva preso una decisione: toccare il fondo per non penare e non pensare. Per stare al di là della quiete, in una dimensione tutta sua che niente e nessuno avrebbe potuto turbare. E quella decisione l’aveva condotta lì, con l’acronimo dei Nuclei Antisofisticazione e Sanità dei carabinieri scritto su un foglio e sulla pelle.

Quel giorno, dal cortile interno, aveva intravisto un ragazzo – molto più giovane di lei – insieme a una donna e un uomo sulla sessantina, probabilmente i suoi genitori. Gli avevano portato una piccola torta durante l’orario di visita. Doveva essere il suo compleanno. Aveva chiuso gli occhi ed era rimasto in quella posizione per un po’ prima di soffiare su una candelina. Forse stava esprimendo un desiderio. Così le era tornata in mente una di quelle noiosissime lezioni di latino sull’etimologia delle parole che si era ritrovata a seguire qualche anno prima.

Respirare significa letteralmente soffiare di nuovo. E lei non lo aveva mai fatto. Nessuno le aveva mai messo davanti una torta con la panna bianca e le candeline rosa. Nessuna torta e nessuna candelina per una come lei. E allora doveva perdonarsi, perché chi non ha mai soffiato non può re-spirare. Non da solo, almeno. E adesso quella mancata definizione, che prima le era sembrata una condanna, la trovava quasi giusta. Perché non c’era davvero modo di specificare chi fosse. E forse solo in quella vaghezza poteva imparare a respirare. Avrebbe chiesto a qualcuno di insegnarle a farlo. Magari anche di portarle una candelina.

Federica Virecci Fana