EDITORIALE – Dietro uno schermo: l’incomunicabilità ai tempi di Wes Anderson

«Quando scrivi una storia, spesso sembra meno di fare un lavoro di architettura e più d’archeologo.»

Questa frase risuona nella nostra mente. Cominciamo a guardarci intorno. togliendoci di dosso quella monotonia che ci segue ogni giorno, come una vecchia giacca sgualcita. Osserviamo distanti, al polo opposto del ponte della nostalgia.

Intravediamo uno scenario spoglio, in cui qualsiasi struttura sembrerebbe un orpello. Con Eliot, useremmo la parola Wasteland, terra desolata. Wes Anderson, invece, decide di condurci con mano lungo la desolata Asteroid City. (leggi qui la nostra recensione) L’opprimente cinepresa filtra, fra le altre, la storia di due amanti. Magritte coprirebbe il loro capo con un panno bianco. Si guardano senza riuscire a vedersi. Parlano senza proferire parola. Non stiamo osservando un dipinto: eccoci spettatori di un’incomunicabilità su tela.

Per noi, ogni rapporto si riduce al suono di una muta notifica. Dickens, a modo suo, aveva deciso di ammonirci: la tecnologia diretta non sostituirà i rapporti umani. Poche righe, scritte di fretta ed evidenziate dalla tenue luce di uno schermo, non potranno mai sostituire il viso dell’altro.

Wes Anderson, con Asteroid City, ci porta dietro le quinte di storie intrecciate tra loro. Osserviamo emozioni che dovrebbero essere vissute, amplificando una sensazione che conosciamo fin troppo bene. Tutt’oggi, ogni rapporto appare ormai filtrato.

Anderson fa da mediatore con una semplice cinepresa, noi ci ritroviamo separati da schermi e notifiche. La desolata Monument Valley fa da sfondo alle nostre contraddizioni. Il display si spegne, noi rimaniamo in silenzio ad osservare il buio che avvolge i nostri volti. Distratti, non ci siamo accorti di come la distesa sabbiosa sia ormai alle nostre spalle.

https://images.squarespace-cdn.com/content/v1/5b0c868870e802807f35f826/a1691ad5-972f-4d60-935f-5e1cd19a3b6f/AC_FP_00036.jpg

Non un rumore, ogni espressione rischierebbe di essere vuota. Forse, Herman Hesse, non aveva tutti i torti, ci sono cose incomunicabili a parole. Mettendo da parte penna e calamaio, preferiamo affidarci ad una mera tastiera virtuale. Il nero dello schermo mal si concilia con i colori accesi della fatiscente struttura davanti ai nostri occhi.

Wes Anderson, come un Van Gogh dei nostri tempi, è sempre stato in grado di rappresentare dei quadri in movimento, da cui traspare una doppia anima. Il Grand Budapest, coi suoi colori sgargianti, fa da contrasto alle nostre espressioni grigie. L’Hotel è fuori dal tempo e ci ricorda attimi probabilmente impressi in qualche vecchia cartolina da viaggio.

Ogni stanza è animata da un frenetico via vai, mentre i passi si confondono con un leggero vocio. Come siamo arrivati a questo punto? Abbiamo tutto a portata di un semplice click o swipe up, eppure abbassiamo lo sguardo. Fossimo soggetti di un vecchio quadro, saremmo le sagome di un nostrano Ciclo degli Alienati.

La cornice aderisce appena al muro e non ci rendiamo conto che, lentamente, con lei scivoliamo via. Notiamo ombre che si sovrappongono e, mentre i corridoi s’affollano, a fare capolino sono decine di teste chine. Un quadro in trompe-l’œil, ci illude di trovarci in uno spazio aperto, gremito solo di notifiche senz’anima e sguardi vuoti.

Con Arendt, ci troveremmo a parlare di “microcosmo in comune” ma, in realtà, non possiamo essere più distanti. Senza nemmeno rendercene conto, cadiamo l’uno sopra l’altro e preferiamo affidare ogni sentimento o espressione ad uno schermo che fa da filtro.

Rapporti in un mondo tridimensionale, oramai ridotti alla bidimensionalità di uno schermo appena illuminato. Ogni gesto sarà falsità, ogni sorriso una smorfia, trasmessi da una frase fredda o da un’emoticon che appare una moderna maschera. Inseguiamo legami che s’infrangono su scogli di pixel, senza accorgerci che è arrivato il momento di lasciare il Grand Budapest.

Fuori dalle sue stanze oscilliamo tra il pensiero e la convinzione d’essere soli. La solitudine oltre il display, non riflette più nemmeno un volto. Forse, quel futuro che Spike Jonze immaginava in Her non sembra poi così lontano.

Abbiamo vissuto cent’anni di solitudine, intervallati da voci robotiche e parole distanti un monitor. Viviamo in un mondo in cui emozioni, relazioni e dialoghi vengono filtrati.

Avremo mai il coraggio di guardare l’altro con gli occhi e non tramite un semplice schermo?

https://st4.depositphotos.com/24456686/28206/i/450/depositphotos_282068320-stock-photo-group-friends-watching-smart-mobile.jpg

Manuel Mattia Manti

scopri i nostri editoriali qui : Editoriali Archivi – UniVersoMe