Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del Ricordo, una solennità civile istituita per rompere il lungo silenzio su una delle pagine più tragiche del secondo dopoguerra. Questa ricorrenza non rappresenta solo un atto formale, ma un impegno collettivo a custodire la memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.
Il termine ‘foiba’ e il suo significato
Il termine foiba deriva dal latino “fovea” e indica profonde cavità naturali tipiche delle aree carsiche dell’Istria e della Venezia Giulia. A partire dall’autunno del 1943, queste voragini divennero sinonimo di orrore: furono, infatti, utilizzate come luoghi di esecuzione e occultamento dei corpi di militari e civili italiani.
Le foibe: luoghi di terrore
L’armistizio dell’8 settembre 1943 segnò uno spartiacque tragico. Con la dissoluzione dell’esercito italiano, la violenza sul confine orientale subì una brusca escalation. In quel vuoto di potere, mentre le truppe tedesche si attestavano nei principali centri urbani strategici, il movimento di liberazione jugoslavo, guidato da Josip Broz Tito, assumeva il controllo dell’entroterra istriano.
Fu in questa fase che le foibe divennero veri e propri strumenti di terrore. Molti condannati venivano legati tra loro con filo di ferro, fucilati sull’orlo delle cavità e gettati all’interno: spesso i primi colpiti, cadendo, trascinavano con sé gli altri, ancora vivi.
Alcune foibe raggiungono profondità superiori ai cento metri. Testimonianze raccolte nei villaggi circostanti raccontano di urla che risuonavano per giorni dal fondo delle voragini, restituendo la dimensione concreta e disumana di quelle violenze.
Quella che inizialmente appariva come una serie di vendette legate a tensioni nazionali e politiche si trasformò, nel 1945, in una persecuzione sistematica. Con la disfatta tedesca, l’esercito jugoslavo occupò stabilmente l’area, colpendo chiunque fosse considerato un potenziale oppositore del nuovo regime comunista. Le stime indicano che tra le 6.000 e le 9.000 persone di nazionalità italiana persero la vita.
Al massacro seguì l’esodo: tra le 250.000 e le 300.000 persone furono costrette ad abbandonare le proprie case, i beni e la propria identità, lasciando le terre d’origine. Un esodo spesso silenzioso, segnato dall’abbandono forzato e dalla perdita di un’appartenenza che per molti non sarebbe mai stata restituita.
Per molti anni, le vicende delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata sono rimaste quasi invisibili nel dibattito pubblico italiano. Solo con il tempo si è cominciato a raccontare questa tragedia in modo completo, restituendo voce alle vittime e alle loro famiglie.

Perché il 10 febbraio
La data del 10 febbraio non è casuale. Proprio in quel giorno del 1947 venne firmato il Trattato di Pace di Parigi, con cui l’Italia cedette alla Jugoslavia gran parte della Venezia Giulia, dell’Istria e la città di Zara. L’accordo istituì inoltre il Territorio Libero di Trieste, diviso tra amministrazione alleata e jugoslava.
Riconoscimento e memoria
Solo molti decenni dopo, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, la Repubblica Italiana ha riconosciuto ufficialmente questa tragedia.
Oggi, il Giorno del Ricordo rappresenta un’occasione fondamentale per promuovere una riflessione storica consapevole, soprattutto tra le nuove generazioni, restituendo dignità a una memoria rimossa e inserendo questi eventi nel quadro complesso della storia europea del Novecento. Ricordare, oggi, significa sottrarre questa tragedia al silenzio e all’uso ideologico, restituendole dignità storica e umana.
Le foibe non sono uno slogan né un’arma retorica: sono il simbolo di una violenza estrema che colpì migliaia di persone e che merita di essere conosciuta, compresa e trasmessa, affinché non si ripeta mai più.
Fonti:
https://youtu.be/SVyhrTXVPxk?si=UYBoh8GpapCvzg0E
Ilaria Basile.