Il 23 gennaio 2026 è uscito su Netflix Il Falsario, il nuovo film di Stefano Lodovichi, presentato lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public. La pellicola, tratta dal libro Il Falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani basata sulla storia vera di Antonio Chichiarelli, racconta la storia di un truffatore d’opere d’arte (e non solo) nell’Italia tra gli anni ’70 e ’80.
Trama
Lago della Duchessa (provincia di Rieti), anni ’70, Toni (Pietro Castellitto), Vittorio (Andrea Arcangeli) e Fabione (Pierluigi Gigante),un aspirante artista, un prete e un operario metalmeccanico amici di vecchia data, decidono di partire per Roma per cercare fortuna. Imbucatosi ad una festa il primo conosce Donata (Giulia Michelini), una gallerista d’arte. Lei gli propone di replicare opere d’arte su commissione: ed è proprio lì che la vita di Toni trova la svolta.
La sera dopo, proprio grazie a lei, fa la conoscenza di Balbo (Edoardo Pesce), capo della “Banda” (ispirata a la Banda della Magliana, organizzazione criminale romana degli anni ’70-’80), e i suoi due soci, Crocca (Michel Schermi) e Er Pilota (Francesco La Mantia). Il capo, colpito dalle sue capacità, decide di offrire a Toni un atelier di lusso nel centro della città in cambio di favori/lavori per la Banda. Da qui la sua carriera di Falsario prende tutt’altra piega.
Il suo talento non passa inosservato, tanti da interessare anche Il Sarto (Claudio Santamaria), membro dei servizi segreti che richiede il suo aiuto per favoreggiare le Brigate Rosse per il caso Moro attraverso la stampa di documenti falsi.

Il Falsario: Artista o truffatore?
Il film si ispira liberamente a Il Falsario di Stato. uno spaccato noir della Roma degli anni di Piombo (2008), inchiesta condotta da Nicola Biondo e Massimo Veneziani (testo peraltro ripubblicato in occasione dell’uscita del film), racconta la storia di Antonio Giuseppe Chichiarelli (suo nome all’anagrafe), arrivato a Roma negli anni ’70 convinto di avere la carte in regola per puntare in alto. Proprio qui in carcare fa la conoscenza di Danilo Abruciati, futuro esponente della banda della Magliana, e da lì la sua vita cambia per sempre.
Grazie alla sua storia si riesce a capire che una figura come il falsario sia in grado di mescolare storia, inganno e arte. Un falsario, infatti, non è solo capace di fare la differenza sul mercato dell’arte, ma anche sull’immaginario politico e culturale (e in questo film è possibile vederlo).

La musica che segna la storia
Prodotto da Cattleya e distribuito da Netflix, Il Falsario vede la regia di Stefano Lodovichi (regista delle serie di successo Il cacciatore e Il processo). Il soggetto e la sceneggiatura di Sandro Petraglia e Lorenzo Bagnatori e le musiche di Santi Pulvirenti. In questo cast strepitoso, con anche delle sorprese dal punto di vista dell’interpretazione, oltre ai protagonisti già citati, spiccano anche i nomi di Fabrizio Ferracane e Aurora Giovinazzo (nel ruolo di Zu Pippo e sua nipote Virginia).
Tra gli elementi di spicco nel film poi c’è sicuramente la musica, che si fa veicolo di uno spaccato storico ben preciso, denso e signifiativo: gli anni ’70 (detti anche gli anni di piombo), anni difficili per l’Italia per motivi storici e non solo (ad esempio il 9 Maggio 1978, citato nel film, con l’attentato a Peppino Impastato a Cinisi e il ritrovamento di Aldo Moro in via Caetani a Roma). Nella pellicola infatti troviamo canzoni che hanno segnato un epoca come The Passenger di Iggy Pop, Madame di Renato Zero e Let’s Stick Toghether di Bryan Ferri, simbolo anche dell’alternanza tra la tensione delle manifestazioni e la spensieratezza dei balli in discoteca.
Quando il vero e il falso si confondono
Il Falsario ripercorre i punti salienti della vita di Chichiarelli (morto a soli 36 in un agguato nel quartiere Talenti a Roma) e non solo. La sua storia ci spinge a chiederci quale sia il momento in cui il vero e il falso si confondano, quando l’inganno si confonde con l’onesto. Questa figura, che gioca con l’arte su originale e imitazione, ci fa capire che il valore dell’arte non risiede soltanto nella firma, ma nello sguardo che la riconosce
Rosanna Bonfiglio