La ferita invisibile: Giornata Nazionale contro il Bullismo e il Cyberbullismo

Ci sono violenze che non urlano: non interrompono il flusso della quotidianità, non lasciano segni evidenti sul corpo, non obbligano il mondo a fermarsi. Eppure agiscono in profondità, lentamente, fino a modificare il modo in cui una persona guarda sé stessa. Il bullismo appartiene a questa forma di violenza silenziosa: non è un episodio isolato, ma una presenza che si ripete, che insiste, che consuma.

Quando Dan Olweus iniziò a studiare il bullismo, mise subito in discussione una convinzione radicata: non si tratta di semplici conflitti tra pari, né di scherzi innocui. Il bullismo è una relazione asimmetrica di potere, reiterata nel tempo, in cui qualcuno viene sistematicamente posto in una posizione di inferiorità. È una dinamica che produce isolamento, vergogna, paura. E, soprattutto, produce silenzio.

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Negli anni, questo fenomeno non è mai davvero scomparso. Ha attraversato le generazioni cambiando forma. Se un tempo abitava soprattutto nei luoghi fisici — la scuola, la strada, il gruppo — oggi ha trovato una nuova dimensione: quella digitale.

Il cyberbullismo non sostituisce il bullismo tradizionale, lo amplifica. Lo rende continuo, pervasivo, potenzialmente infinito. Non conosce confini, non rispetta il tempo del riposo, non concede luoghi sicuri.

È nel riflettere su questo passaggio che emergono le storie. Non come esempi da aggiungere, ma come realtà che interrogano il pensiero.

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C’è una ragazza, potremmo chiamarla Camilla. Non perché il nome sia importante, ma perché ogni storia ha bisogno di un volto. Camilla ha tredici anni. All’inizio non accade nulla di eclatante. Qualche risata alle sue spalle, un soprannome che sembra innocuo, uno sguardo che indugia un secondo di troppo. Poi una foto condivisa. Un commento sotto quella foto. Altri commenti. Like. Silenzi.

Il bullismo raramente inizia con un colpo violento. Inizia con una sottrazione: di sicurezza, di voce, di spazio. Camilla continua ad andare a scuola, continua a sorridere quando serve, continua a dire “tutto bene” a casa. Ma dentro qualcosa cambia.

Il telefono, che dovrebbe connettere, diventa una fonte di tensione. Ogni notifica è una possibilità di ferita. Ogni silenzio è un luogo in cui l’immaginazione fa più male della realtà.

Nel cyberbullismo, la violenza non si consuma davanti a testimoni presenti, ma davanti a schermi che moltiplicano gli sguardi e annullano la responsabilità. Chi scrive non vede il volto dell’altro mentre si spezza. Chi legge impara a farlo in silenzio. È questa assenza di volto che rende la violenza più facile, più rapida, più crudele.

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Come sottolinea Giusi Parisi, che da anni raccoglie le voci dei ragazzi, il bullismo non è mai solo il gesto del singolo. È un clima. È l’insieme di parole dette, ma anche di quelle non dette. Di risate, ma anche di sguardi abbassati. Di adulti che minimizzano, di compagni che osservano senza intervenire. Il dolore cresce proprio lì, in quello spazio lasciato vuoto dalla responsabilità.

Camilla, come molti altri, non viene picchiata. Non subisce minacce dirette. Eppure inizia a pensare di essere lei il problema. Non di aver fatto qualcosa di sbagliato, ma di essere sbagliata. È questo il punto più profondo e più pericoloso del bullismo: non ferisce solo l’autostima, ma l’identità. Cambia il modo in cui una persona abita il mondo.

Una sera Camilla scrive una frase sul telefono. Non la invia, la cancella, ma quella frase resta. E quando un pensiero del genere prende forma, non è mai improvviso. È il risultato di una violenza lenta, stratificata, normalizzata.

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Il cyberbullismo è più pericoloso proprio perché non interrompe la normalità: la corrode. Chi guarda da fuori spesso non vede nulla. Chi vive dentro, invece, impara a ridursi per sopravvivere.

E tuttavia, se il bullismo è una relazione distorta, può essere spezzato solo da altre relazioni. Non bastano le punizioni, non bastano le campagne se restano formali. Serve un’educazione allo sguardo, alla parola, alla responsabilità. Serve qualcuno che scelga di non ridere, di non condividere, di non restare neutrale.

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La Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo non è solo un momento di memoria. È una domanda rivolta a ciascuno di noi: chi siamo quando assistiamo? Perché nessuna violenza cresce da sola. Cresce dove trova spazio, tempo e silenzio.

Forse il contrario del bullismo non è la forza, ma la cura. Forse non servono gesti straordinari, ma presenze che vedono.

Perché ogni ragazzo, ogni ragazza, ha diritto a esistere senza doversi difendere dal mondo. E questo diritto non è un favore: è una responsabilità che ci riguarda tutti.

 

Fonti:

Olweus, Dan. 1996. Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono.

 

Martina Mondo.