Il 5 febbraio per i cittadini di Catania non rappresenta una data qualsiasi, ma il clou di un evento che trascende la semplice manifestazione religiosa. Infatti, la festa di Sant’Agata, patrona di Catania, è ufficialmente riconosciuta come la terza celebrazione religiosa per affluenza, preceduta soltanto dalla Settimana Santa di Siviglia e dal Corpus Domini di Cuzco in Perù.
La figura storica: Agata tra martirio e autodeterminazione
La vicenda di Agata si colloca nel contesto delle persecuzioni di Decio (249-251 d.C.), un periodo di forte tensione tra il potere imperiale romano e la nascente comunità cristiana.
La giovane, appartenente a una nobile famiglia catanese, non fu solo una martire, ma un simbolo di autodeterminazione femminile, che permane tutt’oggi nel tessuto sociale catanese. La sua ferma volontà di non ripudiare la fede e, contestualmente, di non cedere alle lusinghe del proconsole Quinziano, rappresenta uno dei primi esempi documentati di resistenza all’oppressione politica e di emancipazione femminile.
Il processo che subì non fu solo un atto giudiziario, ma un tentativo di annientamento dell’identità. Il supplizio del seno reciso, iconografia centrale nella storia dell’arte sacra, diviene il simbolo di una violenza che non riesce a scalfire la fermezza morale della martire.

La protezione sulla città
La tradizione dei miracoli consolida il ruolo di Agata come protettrice fisica della città. Il legame tra la Santa e le forze della natura, in particolare l’Etna, è l’elemento che ha associato il culto dei devoti a un baluardo di speranza collettivo.
Il miracolo più celebre risale al 252 d.C., un anno dopo la sua morte, quando una violenta eruzione minacciò di distruggere la città di Catania. La tradizione narra che i cittadini, cristiani e pagani, presero il velo che copriva il sepolcro della Santa e lo opposero al fronte lavico, che si arrestò prodigiosamente. Da quel momento, il “Velo di Sant’Agata“ è divenuto la reliquia più preziosa, simbolo di speranza contro l’imprevedibilità del vulcano.
Tre (o più) giorni di festa
Il calendario della festa segue una scansione rigorosa che culmina proprio nelle ore correnti:
- Il 3 febbraio è dedicato all’inizio ufficiale delle celebrazioni. La mattina si assiste alla processione dell’offerta della cera da parte di autorità religiose, civili e militari, in segno di riconoscenza, promessa e supplica. Mentre la sera, definita dai catanesi “A Sira ‘o tri“, si organizza una solenne celebrazione pirotecnica in Piazza Duomo.
- Il 4 febbraio vede l’incontro della Santa con la città, nel cosiddetto “giro esterno”. È il percorso in cui l’argenteo Fercolo con le reliquie della Santa attraversa i quartieri storici e popolari. Ciò sottolinea il legame tra la martire e il suo popolo.
- Il 5 febbraio, oggi, si celebra il “giro interno”. È la giornata della solennità liturgica e dei momenti più iconici, come la salita di via di Sangiuliano e il canto corale delle monache di clausura in via Crociferi, un istante di rara purezza estetica che conclude la processione alle prime luci dell’alba del 6 febbraio.
L’estetica del sacro e il valore sociale della devozione
L’impatto visivo delle celebrazioni è dominato dal bianco del “Sacco”, la tunica votiva che i devoti indossano in segno di umiltà.
Questa divisa affonda le proprie radici in un episodio storico del 1126. Secondo la tradizione, i catanesi accorsero in strada nel cuore della notte, indossando solo le vesti da notte bianche, per accogliere le reliquie della Santa di ritorno da Costantinopoli.
All’interno del “cordone”, la lunga fune che traina il fercolo, il Sacco agisce come una livella sociale: ogni distinzione di ceto, reddito o professione svanisce, rendendo la comunità una massa omogenea e solidale.
Anche la gastronomia si fa veicolo di memoria collettiva e tradizione. Le “Minnuzze di Sant’Agata” (cassatine che richiamano l’anatomia del martirio) e le “Olivette” (legate alla leggenda dell’albero spuntato per nascondere la Santa in fuga) non sono semplici prodotti dolciari: sono simboli che integrano la sacralità nel quotidiano e nella convivialità, rendendo il ricordo del sacrificio di Agata un’esperienza sensoriale condivisa.

(Foto di: Sabrina Levatino)
Sant’Agata, potente collante sociale
Indipendentemente dalla confessione religiosa, la festa si conferma un potente collante sociale, capace di infiltrarsi anche nelle pieghe più difficili della realtà cittadina.
Un esempio tangibile di questa forza trasversale è stato offerto quest’anno dalla Casa Circondariale di Catania. Qualche giorno fa, la direttrice ha inaugurato una Candelora monumentale realizzata interamente con materiali di riciclo. L’opera è il frutto del lavoro di cinquanta detenuti, studenti del Liceo Artistico “Emilio Greco” che ha sede all’interno della struttura.
Questo progetto trasforma il rito agatino in un percorso di riabilita zione e riscatto. La costruzione del cereo, infatti, diventa metafora di ricostruzione personale, dimostrando come la tradizione possa farsi linguaggio comune di speranza e bellezza, anche laddove la libertà è limitata.
Assistere oggi alla festa di Sant’Agata significa, dunque, osservare un fenomeno in cui la storia millenaria si intreccia con il presente più attuale.
Si ribadisce come l’identità di un popolo risieda nella sua capacità di riconoscersi, unito, attorno ai propri simboli di resistenza e rinascita.
Fonti:
https://www.vaticannews.va/it/santo-del-giorno/02/05/sant-agata–vergine-e-martire-a-catania.html
Sabrina Levatino.