Chi è questo violento che attenta alla mia vita?
Non ne vedo il volto, ma ne percepisco la familiarità.
Mentre affonda ripetutamente la sua lama di commiserazione nel mio ventre, invoco la sua pietà.
«Non lo merito» urlo, invano. Non basta a fermare i suoi attacchi.
Procede come per inerzia, quasi non fosse abituato a fare altro. I movimenti meccanici, disperati.
«Mi dispiace, ma non so come fermarmi» conferma, la voce soffocata dai singhiozzi.
Non c’è rabbia nelle sue intenzioni. Dentro di me, so che lo fa per il mio bene.
Deve salvaguardare la mia anima. Impedire che siano gli altri a ferirmi.
Così, le sue stoccate continuano, mi dissanguano.
Ma non ne percepisco il sapore sul palato. Sento, invece, solo amarezza, disillusione, aspettative irraggiungibili.
La sua arma è fatta della stessa sostanza delle mie paure, delle mie insicurezze.
Una consapevolezza giunge quando l’ultima stilettata fa centro nel mio petto.
Esalo l’ultimo respiro. Poi, rinsavisco.
È una scena che ho vissuto a ripetizione. Un suicidio perpetuo della mente.
Mi tocco il torace, ma di quell’accanimento ferale non resta traccia che sia visibile.
Alzo lo sguardo e lo vedo. Finalmente ne scopro le fattezze.
È un carnefice fatto della mia carne.
Riprende a colpire.
Valeria Vella