EDITORIALE – L’intelligenza artificiale non è la rovina della musica odierna. È lo specchio della sua fragilità

La musica è il più potente mezzo di espressione indiretta: non ha bisogno di spiegazioni per convincere, né ricorre alla violenza per scuotere. Come direbbe Jimi Hendrix, colpisce senza fare male. È capace di armonia perché tiene insieme la dicotomia tra sapienza tecnica e puro estro creativo, senza cadere in contraddizione. Sorge dunque una domanda spontanea: può la musica – arte tanto fine – essere creata da un essere non umano?

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fonte: grok – generato da AI

Forse un giorno sarà possibile. Ma non è questo il giorno. Oggi, attraverso il machine learning, l’IA apprende esclusivamente dagli esempi forniti dall’uomo. È quindi in grado di replicare la musica, non di crearla: imita pattern, li scompone, li riassembla e li ripropone.

In questo senso, l’intelligenza artificiale non risponde pienamente al suo nome: non è un’intelligenza autentica, ma un diorama che ne riproduce le sembianze. Apprende e applica le azioni vincenti dell’uomo, senza però configurarsi come un’intelligenza realmente generativa.

Eppure, nonostante questi limiti, diventa sempre più difficile distinguere un prodotto umano da uno virtuale. Le imitazioni e i deepfake sono sempre più accurati e prossimi ai modelli originari; chiunque può dirsi artista a portata di un click. Ma se l’essere artisti è ormai una possibilità accessibile a chiunque, come ne risente il valore dell’arte? E soprattutto: com’è possibile che un prodotto umano e culturale come la musica, stratificatosi di storia ed esperienza nei secoli, sia così facilmente riproducibile?

Non esiste una risposta univoca. La storia della musica, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta, si è sviluppata attraverso fratture, accelerazioni e svolte improvvise: leggerla in modo lineare sarebbe riduttivo. È però innegabile che, con l’evoluzione mediatica e sociale, il modo di ascoltare sia radicalmente cambiato. Non solo negli strumenti tecnici, ma nell’approccio personale e quasi spirituale alla musica. La velocizzazione dei ritmi e del pensiero ha ridimensionato la fruizione musicale.

Le esigenze dell’ascoltatore medio si sono adattate a questa accelerazione: la musica richiesta è semplice, breve, facilmente sovrapponibile ad altre attività. L’ascolto diventa sottofondo, evasione leggera, un momento che non richiede concentrazione né dispendio emotivo. In un contesto di pressioni quotidiane incessanti, la musica perde il ruolo di esperienza centrale.

Di conseguenza, gli standard si modificano e l’orecchio si adatta. Ci si accomoda su progressioni armoniche abusate e testi stereotipati. Il cervello si sazia di briciole. Le epopee melodiche – Child in Time, Stargazer, American Pie, Shine On You Crazy Diamond – risultano fuori moda; le canzoni raramente superano i tre minuti e la sperimentazione fatica a trovare spazio.

Sarebbe ingiusto definire “insipida” tutta la musica dell’ultimo decennio, ma le classifiche parlano chiaro. Studio, tecnica e innovazione si dissolvono nel rumore dell’anonimato. In un mercato spasmodico, dove il genio artistico scarseggia, diventa facile essere replicati da un computer. E il punto è proprio questo: la replicabilità.

La povertà delle competenze musicali – o la loro progressiva inutilità – unita a una domanda del pubblico prevedibile e mediocre, contribuisce a una vera e propria carestia musicale.

L’intelligenza digitale, programmata per assorbire schemi e operare secondo logiche matematiche, trova nella musica contemporanea un terreno particolarmente favorevole.

Ma la comparabilità tra musica umana e musica artificiale non riguarda una presunta genialità dell’IA: riguarda la semplicità del materiale di partenza.

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fonte: grok – generato da IA

Il pop, in particolare, si è ridotto a strutture ripetitive, temi inflazionati e testi intercambiabili. In un’epoca di musica usa e getta, i brani devono essere immediatamente fruibili, accattivanti, spendibili per un trend di TikTok. Non nascono per occupare uno spazio, ma per decorarlo: soprammobili emotivi a breve scadenza.

Se le rivoluzioni musicali sono nate dall’urgenza di esprimere un sentimento, una protesta, una frattura nel tempo, la musica odierna tende all’imitazione della musica di ieri. Questo mette in luce un aspetto cruciale: il fallimento della musica come mezzo di espressione profonda, a favore del pensiero rapido e superficiale. Se i bisogni dell’ascoltatore sono soddisfatti dal livello attuale, il problema non è l’intelligenza digitale, ma il ruolo che la modernità assegna alla musica. Non si tratta di un giudizio soggettivo: la natura formulatica e intercambiabile della canzone contemporanea è un dato di fatto.

L’acuirsi delle dinamiche sociali legate all’accelerazione dei tempi rischia di deteriorare ulteriormente i prodotti culturali, se non si interviene. È necessario restituire tempo alle discipline, riequilibrare i bisogni umani, tra cui quello sensibile, indissolubilmente legato all’arte.

Occorre ricordare che l’intelligenza digitale non crea: riproduce. E il suo modo di riprodurre è lontano da quello umano, perché non nasce da un’emozione, da un’urgenza, da un pensiero. I suoi prodotti possono essere accettabili, ma restano sterili. Solo l’essere umano è capace di creare dal nulla e di imprimere nei propri frutti una sfumatura irripetibile: l’errore.

È proprio questa prerogativa che non va perduta, ma coltivata. Tornare a educare allo stupore, all’emozione profonda, non alla facilità di consumo fine a se stessa. La musica non è nata per essere semplice, ma per essere umana – anche laddove l’umanità sembra finire.

Federica Grasso