Quando il male diventa storia

Anna Frank non sapeva di essere un simbolo.

Scriveva per restare viva. Scriveva per dare un ordine al caos, per non dissolversi nella paura.

Nel suo diario non c’è l’orrore dei campi — quello verrà dopo —, ma qualcosa di forse ancora più insopportabile: la normalità minacciata, l’infanzia costretta a diventare vigile, il tempo sospeso in attesa che qualcuno bussi alla porta.

Anna Frank non è morta solo ad Auschwitz. È morta molto prima, nel momento in cui il mondo ha deciso che alcuni esseri umani potevano essere nascosti, cancellati, eliminati. Senza che l’ordine delle cose ne fosse turbato.

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Il Giorno della Memoria inizia qui: non nei campi, ma prima. Nel silenzio. Nella paura che diventa abitudine. Nella progressiva accettazione dell’inaccettabile.

Hannah Arendt ci ha insegnato che il male non nasce sempre dall’odio feroce. Nasce spesso dalla rinuncia a pensare.

La banalità del male non è la sua superficialità, ma la sua adesione automatica a un sistema che ha già deciso al posto nostro. Eichmann non era un mostro: era un uomo che aveva smesso di interrogarsi.

E quando il pensiero abdica, il male smette di sembrare male. È così che il male diventa storia. Diventa legge, burocrazia, linguaggio neutro. Diventa “procedura”. E quando accade, nessuno si sente più responsabile.

Emmanuel Levinas, di fronte a questo vuoto, pone il volto.

Il volto dell’altro non è un dato fisico: è un evento etico. Il volto mi espone, mi disarma, mi comanda. Dice: “Tu sei responsabile di me”.

Il progetto di sterminio è stato anche — e forse soprattutto — un progetto di cancellazione dei volti. Ridurre l’altro a numero significa sottrarlo all’appello etico. Significa rendere possibile la violenza senza colpa.

Edith Stein ha chiamato questo punto di rottura con il suo nome più esatto: distruzione dell’empatia.

L’empatia non è commozione, ma riconoscimento dell’altro come soggetto irriducibile. Dove l’empatia viene annientata, l’altro può essere sacrificato senza che l’ordine del mondo vacilli.

Stein muore ad Auschwitz, portando nel corpo ciò che aveva pensato con radicale chiarezza.

Karl Jaspers, nel dopoguerra, rifiuta la narrazione comoda di un male circoscritto a pochi colpevoli. Parla di colpa metafisica: la colpa di chi ha vissuto come se nulla stesse accadendo.

Non tutti hanno ucciso. Ma molti hanno guardato altrove. Il male storico non si sostiene senza questa moltitudine silenziosa.

Paul Ricœur ci mette in guardia dal rischio più subdolo: una memoria che diventa rito. Ricordare non è commemorare. È esporsi. È lasciare che il passato incrini il presente.

La memoria autentica non consola, disturba. E allora la domanda si impone, inevitabile, oggi.

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Questo male esiste ancora? Anche senza i campi Anche senza i forni?

Viviamo in un mondo attraversato dalla guerra, dalla Palestina all’Iran, dall’Ucraina ad altri luoghi che smettiamo di nominare perché il dolore prolungato stanca.

Cambiano i contesti, cambiano le storie, ma qualcosa inquietantemente ritorna: la disumanizzazione dell’altro, il linguaggio che trasforma vite in “danni collaterali”, l’odio che si giustifica come necessità.

Non è una ripetizione identica della storia. È una risonanza. Il male non ha bisogno di riprodurre i campi per esistere.

Basta che l’altro venga ridotto a problema, a nemico assoluto, a cifra statistica. Gli basta che il volto scompaia dietro le categorie. Gli basta che il dolore venga spiegato invece che ascoltato.

L’odio è lo stesso? Forse non nelle forme.

Ma sì, nella struttura: nasce ancora una volta dalla paura, dalla semplificazione, dalla rinuncia a pensare la complessità dell’umano.

Il film Norimberga, di James Vanderbilt (2025), ci costringe a guardare questo punto senza vie di fuga.

Non celebra la giustizia; la espone nella sua fragilità. Mostra uomini che cercano rifugio nell’obbedienza, nella legge, nella catena di comando.

“Non avevamo scelta” diventa la frase più pericolosa. Perché è lì che il pensiero viene definitivamente consegnato al sistema.

Norimberga non chiude il male. Lo nomina. E nominare è il primo atto di resistenza.

Il Giorno della Memoria non ci chiede di scegliere da che parte stare oggi.
Ci chiede qualcosa di più difficile: non smettere di vedere i volti. Non accettare che l’odio diventi linguaggio normale. Non permettere che la sofferenza venga gerarchizzata.

Anna Frank credeva ancora nella bontà dell’uomo.

 

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Lo scrive mentre il mondo la tradisce. Non è ingenuità. È una sfida. È una domanda rivolta a noi.

La memoria serve solo a questo: a impedire che il male ritorni travestito da necessità, che la violenza si presenti come inevitabile, che l’umano venga sacrificato in nome di un ordine superiore.

Perché il male non comincia quando si uccide, comincia quando si smette di riconoscere un volto.