Marty Supreme: segui i tuoi sogni

Marty Supreme è un film del 2025 diretto da Josh Safdie (regista di film come Diamanti Grezzi e Good Time). E’ basato sulla vita di Marty Reisman e quest’ultimo è interpretato dal giovane attore Timothée Chalamet, che ne è anche produttore. Nel cast sono presenti anche Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler, the Creator, Abel Ferrara e Fran Drescher. Il film ha garantito il Golden Globe a Chalamet . Adesso, ha ottenuto ben 9 Candidature agli Oscar 2026, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore Protagonista. E’ arrivato al cinema qui in Italia, il 22 Gennaio 2026.

Sinossi

New York. 1952. Marty Mauser (Timothée Chalamet), venditore di scarpe di giorno e pongista di genio la notte, è pronto a tutto per vincere ed elevarsi socialmente. Armato di una fiducia incrollabile e di un carisma destabilizzante, Marty vola a Londra per partecipare al campionato mondiale di tennis tavolo. Ma durante la finale è clamorosamente battuto da Endo, prodigio giapponese che riscatta un Paese provato duramente dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Ossessionato da quella sconfitta, vuole la rivincita a tutti i costi e contro il mondo che sembra sabotarlo in ogni modo.

Marty Mauser è stato “cucito addosso” a Timothée Chalamet.

Il film è basato sulla vita del giocatore di ping pong Marty Reisman. Ma guardando questo biopic sembra di vederci riflesso Timothée Chalamet e la sua carriera ormai decennale. Si cerca di essere più chiari: citando il Multiverso della Marvel, Marty Reisman è la variante di Chalamet (o semplicemente, il suo alter ego). Marty Mauser insegue il titolo di campione di ping pong, lottando contro tutto e tutti, come Chalamet sta inseguendo l’Oscar. Quell’Oscar così ambito, dopo che non lo ha vinto un anno fa per un soffio, per A Complete Unknown, così come Marty perde la finale all’inizio del film.

Sembrano due facce della stessa medaglia, ma in realtà è più giusto dire che è la stessa persona che si adatta al contesto e che agisce allo stesso identico modo. Sono anni che Chalamet si prepara a questo ruolo e mentre dava già il meglio di sé nei film a cui ha preso parte nel frattempo, era concentrato su Marty Supreme (è il risultato si vede).

Marty Supreme
Fonte: ComingSoon

Timothée Chalamet: il ping pong come l’Oscar

L’interpretazione di Timothée Chalamet si costruisce apertamente attorno all’idea di inseguimento del riconoscimento. Marty Supreme rincorre il ping pong come unica possibilità di legittimazione, con la stessa determinazione con cui Chalamet sembra inseguire l’Oscar come consacrazione definitiva del proprio percorso attoriale. O di una fase che può portarlo più in alto e che lo fa passare ad una successiva più ambiziosa.

La preparazione intensa dell’attore – evidente nella precisione tecnica, nella fisicità nervosa e nella credibilità delle sequenze di gioco – diventa parte integrante del discorso del film. La performance appare consapevole e controllata, trasformando il personaggio in una figura speculare al suo interprete: entrambi guidati da un’ossessione per l’eccellenza e dal bisogno di riconoscimento. Marty Supreme è una persona spregevole, odiosa e non viene voglia di prenderlo a simpatia. Usa tutto e tutti per raggiungere il suo obiettivo, oltrepassando pure il limite della moralità. Però, è anche affascinante e determinato e quella determinazione gliela si riconosce. Si possono non condividere i suoi metodi, ma quella sua determinazione è stimolante e spinge lo spettatore a fare lo stesso per inseguire i propri sogni (possibilmente, con metodi diversi). Per questo, il film risulta anche motivazionale.

Marty Supreme
Fonte: Cineteca di Bologna

Rappresentazione e decostruzione del sogno americano. Un biopic nervoso e anticelebrativo

Marty Supreme è un film che mira anche alla rappresentazione e decostruzione del sogno americano. Cerca di abolirlo, ma allo stesso tempo lo rappresenta nel periodo dell’imminente dopoguerra (anni 50), in cui era un mito all’apice del suo splendore, ed usa il passato per fare dei riferimenti al presente. Viene mostrato in tutte le sue sfumature ed incarnato nei vari protagonisti. Marty Supreme che parte dal basso e lotta contro tutto e tutti. Wally (Tyler The Creator) che è nella stessa barca di Marty, ma non essendo caucasico non riesce a spiccare come meriterebbe. Kay Stone (Gwyneth Paltrow) è una star del cinema decaduta, testimone malinconica di una grandezza tanto difficile da raggiungere, quanto facile da perdere.

La regia di Josh Safdie rifiuta i codici tradizionali del film sportivo e del biopic classico. Lo stile è frenetico, ravvicinato e spesso claustrofobico, restituendo una costante sensazione di instabilità. Le partite non vengono mai rappresentate come momenti di trionfo, ma come scontri fisici e mentali, in cui il ping pong diventa metafora della competizione sociale e della violenza simbolica legata al successo. Safdie utilizza la struttura del biopic per raccontare un percorso di ossessione, in cui il talento si trasforma in identità e misura del valore personale.

Marty Supreme e Kay Stone
Fonte: Radio Deejay

La regia di Josh Safdie coerente e frenetica. Un film che lascia spazio anche alla riflessione

Josh Safdie non si smentisce per il suo stile frenetico riscontrato in The Good Time e Diamanti Grezzi. Seppur il film abbia un minutaggio fin troppo eccessivo, non lo si percepisce neanche per un attimo e non lascia fiato allo spettatore. Corre come Marty corre verso il suo obiettivo e il ritmo quindi risulta rapido o addirittura frenetico. Il film ha una struttura rapida, coadiuvata da un montaggio serrato e da una regia ipercinetica che mette al centro di tutto il protagonista. Il suo viaggio frenetico viene anche accompagnato da una buona fotografia e da una colonna sonora composta da canzoni degli anni 80, seppur il film sia ambientato negli anni 50. Questo contrasto mostra il viaggio emotivo del protagonista, dimostrando che il giovane era “avanti coi tempi” e non l’epoca vista nel film.

Pur con alcune scelte stilistiche che possono risultare eccessive o ripetitive, Marty Supreme si conferma un film coerente e riconoscibile nel percorso di Josh Safdie. Il punto di forza dell’opera risiede nella centralità del personaggio e nella prova di Chalamet, che sostiene l’intero impianto narrativo. Senza offrire una lettura univoca o una chiusura rassicurante, il film propone una riflessione aperta tra talento, ambizione e riconoscimento, lasciando allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni.

Giorgio Maria Aloi