A gennaio 2026 i numeri parlano chiaro: 38.000 contratti non rinnovati in un solo mese, secondo i dati Istat dell’8 gennaio. Le vittime designate sono sempre le stesse, donne e under 35. Sono loro a pagare il prezzo più alto della precarietà strutturale del mercato del lavoro italiano, un dualismo che protegge chi è già dentro (over 50, contratti a tempo indeterminato) e scaraventa fuori chi entra (giovani, donne, contratti a termine). Ma il danno non si ferma al portafoglio, si insinua nella mente, diventa ansia diffusa, burnout, senso di inadeguatezza esistenziale.
Un circolo vizioso che parte dal lavoro
La precarietà non è più solo economica, è diventata esistenziale. Non sapere se il contratto verrà rinnovato significa non poter pianificare nulla: un affitto, un mutuo, una famiglia, un viaggio. Parole come “rinvio” e “attesa” dominano i racconti dei giovani adulti intervistati da Metropolisweb nei primi giorni del 2026. Il risultato? Un malessere psicologico che si accumula: il 47,7% dei giovani dipendenti dichiara sintomi di burnout (Censis 2025), mentre l’81% degli under 35 percepisce un disagio psicologico diffuso (indagini Ipsos e Unobravo). Le donne sono colpite ancora di più, tra loro l’ansia lavorativa tocca punte del 58,3%, contro il 53,8% degli uomini (Repubblica, gennaio 2026).
Chi ha un lavoro precario vive in perenne allerta, il cervello non smette mai di calcolare “e se domani non rinnovo?”. Questo stato di iper-vigilanza cronica erode l’autostima, alimenta depressione e ritiro sociale. Non è un caso che le richieste di psicologi nelle scuole e nei luoghi di lavoro siano esplose. Dal 2025 il bonus psicologo ha visto un boom di domande, ma i fondi rischiano già di esaurirsi, lasciando migliaia di giovani senza rete.
Il welfare italiano: un passo avanti, ma ancora troppo lento
Nel 2026 il governo ha finalmente approvato il Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030: psicologo di base nelle case di comunità, sportelli nelle scuole, budget di salute per percorsi personalizzati. La Legge di Bilancio stanzia 315 milioni fino al 2030 per prevenzione e assunzioni. È un segnale importante, ma le risorse restano insufficienti rispetto ai bisogni. Si stima che i disturbi mentali costino all’Italia oltre 83 miliardi di euro l’anno tra spese dirette e perdite di produttività. E le disuguaglianze territoriali restano enormi. Al Sud i servizi sono carenti, al Nord c’è più accesso al privato. Il risultato? La salute mentale è diventata il nuovo fronte di disuguaglianza sociale, chi può pagare va dal privato, chi non può aspetta mesi o rinuncia.
Una generazione “in ritardo” su se stessa
I giovani di oggi non sono pigri o fragili, sono intrappolati in un sistema che prometteva “flessibilità come opportunità” e ha consegnato instabilità permanente. Vivono una crisi di mezza età a 25 anni, l’ansia da “non ce la farò mai” arriva prima che la carriera sia iniziata. Molti scelgono l’estero non per avventura, ma per ritrovare un senso di proporzione tra sforzo e riconoscimento. Chi resta? Sopravvive con micro-obiettivi, convivendo con genitori o coinquilini, rimandando sogni. È una precarietà esistenziale che non si misura solo in euro, si misura in notti insonni, in relazioni interrotte, in un futuro che sembra sempre slittare.
Possiamo davvero chiamarlo progresso?
Se il progresso è solo crescita del PIL, allora stiamo vincendo. Ma se il progresso è una società in cui le generazioni possono costruirsi una vita dignitosa senza vendere la propria salute mentale, allora stiamo perdendo. La salute mentale non è un lusso individuale, è il termometro della giustizia sociale. Quando intere generazioni vivono in perenne incertezza esistenziale, non è solo un problema di benessere psicologico, è un fallimento collettivo.
La domanda che ci resta è semplice e scomoda: vogliamo una società che misuri il successo dal numero di contratti stabili o dal numero di giovani che non devono scegliere tra pagare l’affitto e andare dallo psicologo?
Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui decidiamo la risposta. O continuare a rimandare, come facciamo da troppi anni.
Gaetano Aspa
Fonti:
https://quifinanza.it/lavoro/giovani-donne-precari-occupazione-italia-gennaio-2026/952569/
https://www.censis.it/lavoro/il-lavoro-che-stressa-rischio-burn-out-un-dipendente-su-tre
https://en.ilsole24ore.com/art/stress-lavoro-censis-rischio-burn-out-un-dipendente-tre-AGifXb1C)
https://www.studenti.it/bonus-psicologo-nel-2026-cosa-cambia.html
https://www.metropolisweb.it/2026/01/09/lavoro-resta-un-nodo-centrale-la-salute-mentale-priorita/