Cosa resta dopo Una battaglia dopo l’altra?

Paul Thomas Anderson che, con Licorice Pizza nel 2021, ci aveva abituati all’atmosfera di una ballata anni Settanta, in Una battaglia dopo l’altra, il registra riesce a orchestrare una vera e propria sinfonia del disordine, con una pellicola che vibra come una ferita aperta nell’immaginario americano.

Come in La battaglia di Algeri del 1966, pellicola che scorre davanti agli occhi di uno strafatto Bob Ferguson, il ritmo è tutto: Jonny Greenwood, ancora una volta al fianco di Anderson, compone una colonna sonora pulsante, percussiva, che diventa il battito cardiaco dei personaggi, il rumore sordo delle loro psicosi.

Ispirandosi al romanzo Vineland di Thomas Pynchon, Anderson costruisce un mosaico di fallimenti, dove ogni battaglia è perduta prima ancora di essere combattuta e dove i demoni che abitano l’America di oggi, tra fanatismi, nostalgie e rivoluzioni da palcoscenico, esplodono in un caos visivo e sonoro che è insieme grottesco e ipnotico.

Gli Interpreti

Sul fronte degli attori, Leonardo Di Caprio interpreta Bob Ferguson, un ex-rivoluzionario disfatto, trascinato in un vortice di paranoia, ossessione e ideali traditi riesce a mantenere saldamente il centro della scena, conferendo umanità a un personaggio che poteva risultare solo un fantasma del passato, quel passato da GhettoPat o Rocketman, i soprannomi da militante sovversivo usati al fianco della compagna Perfidia “Beverly Hills”.

Sean Penn, nei panni del Capitano Lockjaw, è invece sopra le righe, con i suoi tic e la sua camminata sghemba, regalandoci un’interpretazione volutamente caricaturale.

I ruoli femminili di Teyana Taylor e Regina Hall regalano intensità e dignità ai loro ruoli, ma è la giovanissima Chase Infiniti, l’interprete di Willa Ferguson, a rubare la scena nei momenti chiave, incarnando nel corpo e nell’anima di figlia quel futuro in bilico tra utopia e disincanto che il film ha voglia di rappresentare.

¡Viva la revolución!

Sarà però, forse in maniera inaspettata, a reggere gli equilibri delle fila di una storia ricca di sfaccettature identitarie, l’attore portoricano Benicio Del Toro con l’interpretazione del sensei Sergio St. Carlos, maestro di arti marziali di Willa e capo di una cellula che difende gli immigrati clandestini. Seppure a tratti invisibile, con il suo carattere volutamente un po’ sornione, porta sulle spalle il peso di tutti gli altri regalando equilibrio e dinamicità fiancheggiando il disincantato Bob Ferguson.  Quest’ultimo pur sapendo che la sua rivoluzione è finita e che non c’è più spazio né tempo per ricominciare, quando si ritrova insieme al sensei, riesce ancora a pronunciare l’unica frase in cui crede e che riveste ancora di speranza: «¡Viva la revolución!».

Una battaglia dopo l'altra
Warner Bros Pictures

Per finire, forse meno enigmatico dei capolavori precedenti, Una battaglia dopo l’altra è, però, un film necessario: un affresco lucido e disturbante di un Paese che combatte con sé stesso. E Anderson, come sempre, non cerca vincitori ma la verità nascosta dietro ogni sconfitta.

Francesca Rodolico