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“Lo ha già detto Gesù”. Filippo Giardina si racconta su UniVersoMe.

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Con il suo ottavo spettacolo satirico “Lo ha già detto Gesù” ritorna sul palco Filippo Giardina uno dei comici più sagaci e controversi del panorama italiano, nonché fondatore del fortunato gruppo “Satiriasi”, che in Tv e sul web sta riscuotendo sempre più successo. 

Noi di UniVersoMe abbiamo avuto il piacere di intervistarlo prima della sua prossima data del 20 Aprile al Cineteatro Metropolitano di Reggio Calabria.

 

Chi è Filippo Giardina?

Io faccio il comico e, anche se in Italia è considerato un lavoro poco nobile, in tutto il mondo è un mestiere molto apprezzato. Scrivo, faccio monologhi da 20 anni e ho creato alcune sceneggiature, ma in generale faccio il comico a 360 gradi, di tipo satirico

In Italia, la satira è un buon “campo” su cui lavorare?

La satira non è mai un buon campo su cui lavorare, perché tendenzialmente devo sempre far ridere e non cercare il consenso del pubblico a tutti i costi. Quindi, per assurdo, se la satira andasse di moda farebbe schifo. È la voce degli ultimi, quella che si pone contro il pensiero dominante. Non è per tutti, ma per chi ha voglia di ridere di certi temi forti.

Tu riesci a far ridere un po’ tutta l’Italia, ma a Filippo Giardina cos’è che fa ridere?

Eh questa è una bella domanda! Mi fanno ridere specialmente le cose molto demenziali. Mi viene in mente Tropic Thunder, i grandi classici come Frankenstein Jr, ma anche cose più ricercate come Mistery Man di Ben Stiller o gli eccessi di Sacha Baron Cohen. Tendenzialmente tutto ciò che, in un certo senso, mi sorprende. Recentemente guardo molti più documentari che spettacoli comici, perché la comicità mi ha un po’ annoiato. Preferisco di più le storie.

Dov’è nata l’idea di creare “Satiriasi”?

Dal 2001 faccio questo lavoro e dopo aver fatto spettacoli per 8 anni in bettole, piazze e altri luoghi non adatti alla comicità, mi sono reso conto che era un po’ colpa mia. Cercavo di portare i miei contenuti in contesti sbagliati e quindi ho deciso di ripartire dal piccolo. Erano gli anni in cui tutti provavano a fare i comici per andare a Zelig e Colorado, perché chi arrivava prendeva un sacco di soldi. Si era creata un’industria della comicità, cosa molto rara, perché gli ascolti che facevano questi programmi erano fuori dal mondo, 12 milioni di persone in prima serata non è il pubblico della comicità, ma è un pubblico “trasversale” che comprendeva bambini e anziani. Ho anche scritto un manifesto che in qualsiasi altra parte del mondo avrebbe fatto ridere, perché era abbastanza scontato, ma in Italia ce n’era bisogno, perché la comicità aveva preso proprio una brutta piega.

Cosa intendi per “brutta piega”?

Da una parte c’era quella comicità più commerciale e di bassa lega che enfatizza gli stereotipi del tipo “il romano è cafone, il milanese corre e il napoletano ruba”. Dall’altra c’era quella satira, presunta impegnata, confusa tra militanza politica e controinformazione. Il pubblico veniva così, passami il termine un po’ forte, raggirato, perché la satira non è un “predicozzo di quel tipo”, ma è una branca dell’umorismo dove, se non c’è la risata, tutto perde di senso – specialmente dopo che Berlusconi ha confuso un poco le acque. Così ho cercato di imporre delle regole fondate sull’originalità e la libertà di espressione, il tutto grazie anche alla decisione di creare spettacoli vietati ai minori e con un biglietto da pagare, in questo modo “se ti offendi è solo colpa tua”. Per fare ciò ho deciso di contattare dei comici che ritenevo in gamba, tutti autori dei loro testi e ho creato Satiriasi che, per 5 anni, è stata un master della comicità, satirica e non, in Italia. In un paese in cui tutti parlano, noi ci siamo davvero sporcati le mani.

La gavetta fatta durante questi lunghi anni è stata fondamentale per raggiungere il tuo livello attuale. Ma durante tutte queste esperienze, hai notato dei caratteri comuni nel pubblico a cui ti approcciavi o hai dovuto imparare a veicolare la tua comicità in modi ogni volta diversi?

Se c’è un pubblico disponibile a livello culturale si riesce a trovare una linea comune tra di noi. Ma se di fronte a me ho, ad esempio, un fondamentalista religioso che appena io dico “Secondo me Dio non esiste” mi alza un muro ideologico e quindi non è proprio più disposto a seguirmi, allora non posso fare molto. Va anche detto però che, dopo tanti anni di attività, ho imparato ad assumermi la responsabilità dei miei insuccessi senza trincerarmi dietro la tipica frase “il pubblico non capisce”, quando in realtà ancora non avevo trovato la chiave giusta per parlare alle persone in determinati contesti. Oggi ho un pubblico molto più esigente, ma anche più disposto ad ascoltarmi e ad accettare ciò che dico.

Per finire, come definiresti in 3 parole il tuo ultimo spettacolo “Lo ha già detto Gesù”?

È uno spettacolo in bilico tra volgarità e sensibilità profondamente pacifista. Dopo averlo visto, mi dirai se avevo ragione.

 

Giorgio Muzzupappa